sabato, 20 de maggio de 2006
Sproloquio sul mistero dell'esistenza del male e quindi anche del bene - seconda parte
5
- Se la donna si è fatta confondere - precisò Elafia, -
Adamo ci è cascato come un allocco!
- Perché si è fidato! - replicò subito Encevaldo. - Qui,
a pensarci bene, ci sarebbe anche un altro insegnamento.
- Quale?
- Questo: mai fidarsi della donna.
- Invece dell’uomo...
- Lo conosci il proverbio cinese?
- Cioè?
- Quello che dice: "Quando la sera torni a casa, dai
subito una sberla alla moglie. Tu non sai perché, ma lei lo
sa".
- E tu lo condividi?
- Certamente!
- E lo faresti anche con me?
- Sei una donna fortunata: non sei nata in Cina.
Andiamo avanti nella lettura.
"Secondo me - proseguì Elafia - andò così: per
stimolare Adamo e la donna a fare ciò che Lui voleva,
Dio, che conosceva ogni meandro dei loro cervelli, ordinò
di proposito di non toccare quel frutto, sapendo che in tal
modo essi l’avrebbero sicuramente preso e mangiato. E
così fu. E l’uomo e la donna, senza rendersi conto di aver
ottenuto il più grande dono che potessero immaginare,
quello della conoscenza del bene e del male, ne subirono
immediatamente il primo effetto: si resero conto di aver
disobbedito, di aver fatto la prima cosa non buona, il
peccato originale. Si aprirono allora gli occhi di ambedue
e conobbero che essi erano nudi; perciò cucirono delle
foglie di fico e se ne fecero delle cinture. Poi avvertirono
la presenza di Dio, che passeggiava nel giardino alla
brezza del giorno, e si nascosero dietro alcuni alberi.
Allora Dio chiamò l’uomo e gli disse: "Dove sei?".
Rispose: "Ho udito il tuo rumore nel giardino ed ho avuto
paura, perché io sono nudo e mi sono nascosto". Riprese:
"Chi ti ha indicato che eri nudo? Hai tu dunque mangiato
dell’albero del quale ti avevo comandato di non
mangiarne?". Rispose l’uomo: "La donna che tu hai
messo vicino a me, lei è stata a darmi dell’albero, e io ho
mangiato". E Dio disse alla donna: "Come hai fatto
questo?". Rispose la donna: "Il serpente mi ha
ingannata, ed ho mangiato". Ora mettetevi un attimo nei
panni di Dio. Come poteva presentarsi a loro e dire:
"State tranquilli, vi ho messo alla prova della mela solo
perché voglio il vostro bene. Avrei intenzione di regalarvi
un sacco di problemi e di guai perché voglio finalmente
vedervi felici; vorrei che fatichiate duramente, ma solo
per farvi comprendere la soddisfazione del riposo e come
è saporito il pane guadagnato col sudore della fronte; che
soffriate un mare di pene, ma per liberarvi
dall’insopportabile noia dei vostri giorni; che vi
ammaliate di tanto in tanto e qualche volta anche
gravemente, ma soltanto per farvi apprezzare la gioia
della guarigione e della buona salute; che litighiate e
lottiate l’uno contro l’altra, perché possiate capire
l’importanza della pace e della grazia di Dio; che moriate
addirittura, perché solo così potrete apprezzare e godere
ogni istante della vita e capire finalmente quanto sia
grande il dono che vi ho fatto"? E magari avrebbe
aggiunto: "Allora, cosa ne pensate? Son certo che mi
capirete e mi ringrazierete". No, non l’avrebbero capito".
- Della morte, però, poteva farne anche a meno!
- Se al male corrisponde in egual misura il bene, al
massimo male consegue il massimo bene.
- Sarà, ma non ne sono affatto convinta.
"Anzi Adamo, che si sentiva più innocente di Eva, si
sarebbe arrabbiato ed avrebbe detto alla donna: "Mi hai
messo proprio in un gran casino! Tu, donna, che sei stata
creata, grazie alla bontà divina, per farmi essere felice -
anche se non ho ancora capito come! - alla prima
tentazione di un lurido serpente ci sei subito cascata; e
come se non bastasse, la mela l’hai fatta mangiare anche
a me. Appena sei comparsa in questo mondo, mi hai fatto
perdere tutto il ben di Dio che mi era stato affidato. Ora,
grazie a te, siamo fregati. Lui dice che ci vuol regalare un
sacco di guai, che dobbiamo lavorare, soffrire e anche
morire perché solo così saremo felici. Io di regali di
questo genere ne faccio volentieri a meno, mi va bene
come sto. Fatteli dare a te, goditeli tu tutti quei guai, visto
che te li sei andati a cercare. A me il guaio più grosso me
lo ha già regalato nel momento in cui ti ha creato e ti ha
posto al mio fianco. Ma sai che ti dico? Io di te non so
proprio cosa farmene, quindi via, fuori dalle palle,
smammare".
- Sempre così gentili, voi uomini!
- Quando ci vuole, ci vuole.
"E la donna, che già si sentiva turlupinata dal
serpente ed ora anche fortemente offesa dalle pesanti
accuse dell’uomo, gli avrebbe risposto all’incirca così:
"Tanto per cominciare, sono io che me ne vado. Cosa ci
faccio con un biscaro come te? Possibile che ancora non
hai capito perché io e te siamo diversi? Te lo devo
spiegare io a cos’altro servono questi due meloni che ho
qui davanti, questo popò di grazia di Dio che ho sotto e
quel tuo coso lì sempre moscio? E quanto al resto, sei
biscaro due volte. Ma te lo sei chiesto il motivo per cui
Dio ci ha proibito di mangiare quel frutto? Visto che non
ci arrivi, te lo spiego io: voleva che aprissimo gli occhi,
che ci rendessimo conto delle nostre azioni. Ringrazialo,
quindi, se ora anche noi si capisce qualcosa. Preferivi
rimanere imbecille come sei per tutta l’eternità? E se poi
Lui dice che ci vuol dare dei problemi, vuol dire che così
sarà meglio per noi. Ma pensi davvero di saperne più di
Lui? O bello, lo sai che ti dico? Visto come mi hai
trattato, io son pronta ad accettare la proposta di Dio
anche da sola; per lo meno se lavoro, ma lontano da te,
avrò la soddisfazione di sentirmi realizzata".
- Brava! - esclamò Elafia.
Encevaldo non rispose e la ragazza continuò a
leggere.
"Insomma, la donna che è sempre stata un pochino
più perspicace, forse in qualche modo, magari per
dispetto, ci sarebbe arrivata. L’uomo certamente no. Ma
le conseguenze sarebbero state disastrose: l’uomo e la
donna si sarebbero divisi, uno dentro e l’altra fuori, il
primo a non far niente e la seconda a lavorare, un po’
come accade in Albania, e tutta l’umanità non si sarebbe
potuta formare, venendo così a mancare il compimento
del disegno divino già tracciato. Dio non poteva
permettere che questo accadesse, né poteva coinvolgere
l’uomo e la donna in una scelta ormai necessaria. Doveva
fare la parte dell’offeso e dimostrare di volergliela far
pagare sul serio. Non poteva non cacciarli entrambi dal
paradiso terrestre. Doveva far capire con chiarezza che
non stava scherzando, che non li amava più come prima e
che da quel giorno ogni cosa avrebbero dovuto
guadagnarsela sudando e soffrendo davvero, altrimenti il
piano sarebbe fallito ed essi sarebbero stati per sempre
apatici ed infelici. Non era abituato a dire parole pesanti
e, per essere credibile, dovette mettercela tutta, ma alla
fine ci riuscì. Allora Dio disse al serpente: "Perché hai
fatto questo, maledetto sii tu tra tutto il bestiame e tra
tutte le fiere della steppa: sul tuo ventre dovrai
camminare e polvere dovrai mangiare per tutti i giorni
della tua vita...". Alla donna disse: "Farò numerose assai
le tue sofferenze e le tue gravidanze, con doglie dovrai
partorire figliuoli. E verso il tuo marito ti spingerà la tua
passione, ma lui vorrà dominare su te". E ad Adamo
disse: "Perché hai ascoltato la voce della tua moglie e
hai mangiato dell’albero... maledetto sia il suolo per
causa tua! Con affanno ne trarrai il nutrimento, per tutti i
giorni della tua vita. Spine e cardi farà spuntare per te,
mentre tu dovrai mangiare le graminacee della
campagna. Con il sudore della tua faccia mangerai pane,
finché tornerai nel suolo, perché da esso sei stato tratto,
perché polvere sei e in polvere devi tornare!". E così li
cacciò dal paradiso terrestre".
6
- Certo, Dio ci è andato giù duro! - osservò Elafia.
- Quel che conta è il risultato. Comunque è vero e, se
continui, vedrai che c’è anche scritto.
- Sì, c’è scritto.
"E anche se dopo s’accorse di avere un pochino
esagerato, tirò un profondo sospiro di sollievo: ora
l’uomo e la donna potevano soffrire in santa pace e
quindi essere finalmente anche soddisfatti e felici. A
questo punto, qualcuno di voi lettori si chiederà se era
proprio il caso di scomodare Dio per arrivare a
dimostrare un concetto che peraltro molti presuntuosi non
condivideranno. Se l’ho fatto, è evidente che ne valeva la
pena. Voi, infatti, molto spesso fate scorrere gli occhi
sulle pagine dei libri con estrema leggerezza, senza porre
la dovuta attenzione, senza meditare ed approfondire,
senza cogliere l’intrinseco significato del messaggio
proposto, magari col sorrisetto di chi ritiene di saperla
più lunga o lo sbadiglio di chi si è già scocciato, e spero
che non vi stiate comportando così anche in questa
occasione".
- Cos’è, un rimprovero?
- Anche. Ma è soprattutto una sorta di excusatio non
petita per aver chiamato in ballo Dio.
- E ne valeva davvero la pena?
- Non so. Quello che ho scritto ho scritto.
- Mi sembra di averlo già sentito dire.
- E’ una frase di Pilato. Quando gli chiesero perché
sul cartello apposto in cima alla croce di Cristo aveva
scritto "INRI - Jesus Nazarenus Rex Judeorum", rispose
con quella frase.
"Non so - continuò a leggere Elafia - se vi siete resi
conto dell’importanza della scoperta che, grazie a Dio e
all’ispirazione che Lui ha voluto darmi, avete appena
fatto e che potrebbe cambiare il resto della vostra
esistenza. Ho ritenuto perciò che, solo chiamando in
causa Lui e raccontando a modo mio un fatto che è
riportato dalla Bibbia, voi sareste rimasti con la mente un
pochino più sveglia e il concetto che ho espresso sarebbe
stato meglio compreso. Avrete senz’altro capito, infatti,
che in questa pagina è scritta l’intuizione per la soluzione
di uno dei più grandi misteri dell’uomo: quello
dell’esistenza del male. Sì, proprio quel mistero che tanti
ingegni in ogni tempo hanno cercato inutilmente di
risolvere. Come potete constatare, dunque, il motivo
dell’esistenza del dolore e del male - e di conseguenza
della felicità e del bene - a questo punto non è più un
mistero. E quindi è più facile comprendere perché avesse
ragione il precettore Pangloss quando, senza essere
capito e venendo addirittura preso in giro, cercava di
spiegare al Candide di Voltaire che, a dispetto di tutte le
disgrazie e degli interminabili eventi calamitosi, il nostro
è e rimane il migliore dei mondi possibili".
- Chi è questo Pangloss?
- L’hai appena letto: il precettore di Candide.
- E chi era Candide?
- Un personaggio singolare inventato da Voltaire, uno
degli scrittori più intelligenti di tutti i tempi, secondo me.
Ma ti conviene finire di leggere, perché dovresti essere
molto vicina alla conclusione.
- E’ vero.
"Penso di essere stato chiaro. Naturalmente chi è
intelligente ha ben colto il senso di questa intuizione e ne
ha anche compreso l’enorme portata; chi invece ragiona
come...... (il nome dell’imbecille - potrebbe essere uno di
quelli col paraocchi, quindi di sinistra! - può essere
aggiunto a penna a discrezione del lettore), è inutile che
continui a scervellarsi, non è affar suo".
- Che cavolo di discorso è questo?
- Solo una battuta per prendere un po’ in giro i miei
amici di sinistra.
- Sono tuoi amici? Non me n’ero accorta.
- Certo: amici avversari.
- Che significa?
- Significa che per me in politica non ci sono nemici,
ma solo persone che la pensano diversamente, amici
avversari da rispettare e da sconfiggere lealmente e con i
sistemi democratici. Non è un controsenso!
- Se lo dici tu. Intanto finisco di leggere. Vedo che
mancano solo poche righe.
"Lo sproloquio dovrebbe finire qui, ma c’è da
aggiungere un altro concetto molto importante, che
consegue da quanto detto sopra e che per poco non
dimenticavo. La conoscenza del bene e del male ha
comportato per l’uomo e la donna la possibilità di
"scegliere" tra il bene e il male. Ecco spiegato il libero
arbitrio. E’ evidente che se i nostri due fossero rimasti nel
paradiso terrestre, se nulla fosse cambiato rispetto ai
primi giorni di Adamo, se non fosse stata creata Eva e
non avesse commesso il peccato originale, se non
avessero mangiato il frutto dell’albero della conoscenza
del bene e del male, per l’uomo e la donna non ci sarebbe
mai stata la conquista di quel valore di gran lunga più
importante, il più grande dono di Dio: la libertà".
7
- Finito! - esclamò Elafia soddisfatta, posando i fogli
sul tavolo.
- Cosa ne pensi? - chiese con interesse Encevaldo.
- Cosa ne penso? - ripeté lei per guadagnare qualche
secondo e riflettere. - Penso che la cosa più azzeccata sia
il titolo. Sì. Secondo me, hai ragione tu: si tratta proprio di
uno sproloquio.
Encevaldo non ci rimase bene.
- A parte gli scherzi - proseguì Elafia, - il contenuto
potrebbe apparire offensivo nei confronti di Dio. Egli,
infatti, sembra trovarsi spesso in difficoltà: ragiona come
l’uomo e non come il Dio che sa tutto, non riesce a capire
i motivi dell’infelicità dell’uomo, prova inutilmente a
trovare dei rimedi. E alla fine, dopo il peccato originale, si
esprime con termini estremamente duri.
- Per quanto riguarda le dure parole di Dio - precisò
Encevaldo, - ti faccio semplicemente notare che esse sono
state prese pari pari dalla Bibbia, dal libro della Genesi.
La difficoltà a capire l’uomo e la sua apatia si spiega,
secondo me, dal fatto che il male è avulso da Dio e di
conseguenza poteva essere avulso anche il concetto che si
possa raggiungere la felicità mediante la conoscenza e la
prova della fatica e del dolore e quindi del male.
- Tu quindi sei davvero convinto che il male
dell’uomo non sia stato determinato solo dall’uomo, dal
suo libero arbitrio, dal suo egoismo, dal desiderio di
sentirsi pari a Dio, dal disobbedire alle leggi di Dio, ma
che sia stato Dio stesso a dargli la facoltà di viverlo e di
capirlo?
- Penso proprio così. Dal momento che mi parli di
libero arbitrio, che significa essenzialmente capacità di
distinguere il bene dal male e libertà di scegliere tra il
bene e il male, hai già la risposta. Il libero arbitrio, facoltà
di giudizio e libertà di scelta, non può che essere
successivo alla conoscenza del bene e del male e quindi a
quello che viene definito il peccato originale. La
conoscenza del bene e del male è, a mio avviso, il più
importante dono di Dio, dal quale consegue, ancora per
bontà di Dio, il libero arbitrio, la libertà.
- Insomma qual’è, secondo te, il rapporto di Dio nei
confronti dell’uomo?
- Al di là di una lettura quasi paradossale e comunque
non ortodossa della Genesi, al di là dei presunti discorsi
coloriti di Adamo ed Eva, la sostanza del racconto biblico
deve essere incentrata sul grande amore che Dio ha per
l’uomo fin dalla sua creazione. Il fatto stesso che Dio si
sforzi di capire i problemi e i bisogni dell’uomo, concetto
oggettivamente offensivo, altro non vuol significare che il
desiderio di Dio di vedere l’uomo attivo e soddisfatto.
L’insegnamento che personalmente ne ho tratto si può
riassumere nel seguente concetto: "Dio ama l’uomo più di
ogni altra creatura, desidera che sia felice nella
consapevolezza e fa in modo che ciò accada".
- Nel tuo racconto, però, sembra che l’uomo ci faccia
proprio la figura del biscaro. E non mi rispondere che
deve essere giustificato perché era appena stato creato, e
sul principio anche viziato, e quindi non poteva avere
esperienza.
- Non ci passerà granché bene, ma tieni presente che
al centro dell’attenzione di Dio c’è proprio l’uomo.
- E la donna?
- Intanto è bene precisare che nel primo capitolo della
Genesi, quello che racconta i sei giorni della creazione del
mondo, c’è scritto che, quando Dio creò l’essere umano,
lo fece maschio e femmina. Finalmente Dio disse:
"Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza,
affinché possa dominare sui pesci del mare e sui volatili
del cielo, sul bestiame e sulle fiere della terra e fin su tutti
i rettili che strisciano sulla terra". E Dio creò gli uomini a
sua immagine; a immagine di Dio li creò; maschio e
femmina li creò. Nel mio sproloquio la donna, rispetto
all’uomo, sembra più ragionevole e concreta, come di
fatto è, e diventa soprattutto strumento, sia pure
inconsapevole, dell’opera divina per la felicità non solo
sua e di Adamo, ma di tutto il genere umano che da essi
discenderà.
- Sembra quasi un trattato di teologia.
- Per carità! Questo sproloquio non ha la benché
minima pretesa di essere considerato una sorta di trattato.
Altrimenti che sproloquio sarebbe? Espone, però, un
concetto innovativo rispetto alla consueta interpretazione
del primo libro delle sacre scritture, che la Chiesa cattolica
non condivide ma che fa riflettere, e cioè: Dio non ha
punito l’uomo perché ha disobbedito ai suoi comandi o
comunque perché si è comportato male. Dio ha sempre
amato l’uomo ed ha creato le condizioni migliori per
renderlo artefice libero, consapevole e responsabile nel
suo cammino, necessariamente faticoso, verso la
conquista della felicità. Più di così, meglio di così, non era
fattibile.
- Ecco spiegato l’ottimismo di quel Pangloss!
- Brava! Non a caso è citato il Candide di Voltaire
nella parte che riguarda le convinzioni di Pangloss: dans
le meilleur des mondes possibles tout est au mieu et .les
choses ne peuvent etre autrement;, nonostante le
disgrazie, le guerre e le malattie, nonostante il male. Ed è
proprio così, forse: senza la fatica non esiste la
soddisfazione, senza il male, senza la conoscenza, la dura
lotta e la sconfitta di esso, il bene, scopo della nostra vita
terrena e celeste, non ci sarebbe. Niente regali, dunque,
niente paradiso terrestre, ma la possibilità per l’uomo e la
donna, nella consapevolezza di ciò che è bene e ciò che è
male e nella libertà della scelta, di guadagnarsi
gradualmente la felicità. Dio premia la volontà di fare (Il
faut cultiver notre jardin) e di fare bene nella responsabile
libertà. E di conseguenza, mi viene da aggiungere, uno dei
peccati più odiosi diventa l’accidia.